A volte tornano
I ricordi che tornano, specialmente quelli della gioventù
perduta, sono una di quelle fasi della vita nelle quali tutti prima o poi ricadiamo,
anche quanti si ammantano vanamente di un’aura di inscalfibilità e lucido
distacco, come il sottoscritto. Basta un incontro inaspettato o un trasloco che
ti obbliga a guardare dentro delle vecchie scatole per aprire, spesso
improvvisamente, la porta di quella stanza buia e polverosa che pensavi di aver
chiuso per sempre. E se gli acciacchi avanzano e l’unica cosa che aumenta
sempre di più sono le medicine che prendi, oltre alla memoria che perdi, ti
senti talvolta quasi chiamato a recuperare quei frammenti di vita e a
condividerli con qualcuno, magari del quale hai perso le tracce da trenta o
quarant’anni. Se in altri tempi ciò accadeva magari con una bella rimpatriata,
per non dire con un vero e proprio raduno, oggi sempre più spesso e meno nostalgicamente
quei ricordi fanno bella (o brutta) mostra di sé sui c.d. “social network”, quel
luogo virtuale dove ho sempre preferito non stare o starvi con un profilo bassissimo.
Ma come dicevo, l’onda emozionale dei ricordi, forse in un momento di stanchezza,
mi ha portato a derogare a quella ferrea regola e così mi sono iscritto a un “gruppo”
specifico per la mia breve ma intensa esperienza militare, il quale dichiarava come
proprio intento quello di recuperare e valorizzare immagini specifiche sull’argomento,
documenti storici e ricordi personali di servizio. Dato che nel mio archivio
dispongo di un’ampia collezione in tal senso, ho pensato di iniziare a condividerla
sul “gruppo” a piccole dosi, come hanno fatto tanti altri ex-commilitoni.
Peccato che nel giro di qualche giorno, alle immagini d’epoca, al ricordo di
Caduti o semplicemente degli anni della “meglio gioventù”, a delle fotografie
talvolta davvero straordinarie hanno iniziato a intercalarsi “post” con allegri
orsetti colorati, palloncini a forme di cuore, emoticons di tutti i colori,
avatars occhialuti e sorridenti, pollicioni e frasi senza senso, talvolta una
vera e propria persecuzione quotidiana di quadratini colorati con scritto in
grande “buon giorno, bene alzati, buona colazione e ben svegliati” (tutto insieme,
ovviamente), declinati variamente in base all’ora e al pasto del giorno, senza
contare qualche inserto smaccatamente pro domo propria come pubblicità indiretta
di canali di cucina o altre piccole vanterie private, antiche o recenti. Nessun
intervento da parte degli amministratori o dei moderatori, che pure credo siano
persone serie, il che porta a considerare tutto ciò un consolidato modus
operandi anche per i “gruppi” social a loro modo “selezionati”. Fatta qualche
timida ma inutile insistenza, ho preferito abbandonare subito il discorso, per
quanto ciò che avevo pubblicato avesse riscontrato un più che discreto
apprezzamento da parte degli utenti. Ma questo è solo lo specchio del mondo nel
quale siamo precipitati, o meglio dove ci siamo lasciati precipitare, di esseri
disumanizzati e ignoranti digitali, ridotti a insetti consumatori, prossima
carne da cannone da mandare in guerra, come prima o poi succederà grazie a una
classe politica europea corrotta e totalmente incapace, asservita da anni alle
grandi multinazionali della farmaceutica, della tecnologia, dell’energia e soprattutto
ai poteri finanziari e dell’industria degli armamenti. Se la pandemia avrebbe
dovuto far capire molte cose, e tutto questo dimostra che ciò non è accaduto, al
resto penserà la prossima guerra mondiale, quella vera, alla quale, andando
avanti così, mancano solo una manciata d’anni. Perché come recitava un
proverbio arabo: “I tempi difficili creano uomini forti, che a loro volta
creano tempi facili; i tempi facili generano uomini deboli, che portano di
nuovo a tempi difficili”. Gli uomini forti sono stati i nostri bisnonni, nonni
e genitori, risollevatisi dalle macerie di due guerre mondiali; quelli deboli purtroppo
siamo stati noi. E che Dio protegga i nostri figli.
(nelle fotografie: Finanzieri della Scuola Alpina della G. di
F. di Predazzo negli anni ’20-’30, fotografati sul Piz Boè q. 3152, sullo
sfondo la Marmolada; il sottoscritto nello stesso luogo nell’agosto del 1992
durante il servizio alla Scuola Alpina)
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